"Aboliamo la Fao"
Mr Non Gradito e la sua scorta manesca
Non dite a Robert Mugabe che il palazzo della Fao (Food and agricolture organization) fu progettato da Benito Mussolini per ospitare il ministero delle Colonie fascista, prima di essere regalato all’Onu nel 1951. E non fate arrabbiare le sue guardie.

Roma. Non dite a Robert Mugabe che il palazzo della Fao (Food and agricolture organization) fu progettato da Benito Mussolini per ospitare il ministero delle Colonie fascista, prima di essere regalato all’Onu nel 1951. L’ottantaquattrenne dittatore dello Zimbabwe ci è affezionato, non mancò neanche al precedente vertice del 2005 per il sessantennale dell’agenzia dell’Onu. Allora scandalizzò il mondo con un paragone ardito: “Bush e Blair, come Hitler e Mussolini, si sono alleati per attaccare un paese innocente”. Il presidente venezuelano Hugo Chávez si alzò per abbracciarlo. Allora come oggi Mugabe era “persona non gradita” in Europa. A Lisbona, lo scorso dicembre, la sua presenza al vertice euroafricano provocò la defezione del premier britannico Gordon Brown. Oggi anche la sua legittimità formale è dubbia: ha infatti perso le elezioni del 29 marzo, soltanto altri brogli gli hanno permesso il ballottaggio col rivale Morgan Tsvangirai fra 24 giorni. Lo scienziato Arthur Mutambara, 42 anni, il secondo grande oppositore di Mugabe, è in carcere da sabato notte solo per avere scritto in un articolo quello che tutto il mondo sa e dice: il despota ha ridotto alla fame il proprio paese, che prima di lui (fino al 1980) era il granaio d’Africa.
La presenza di Mugabe a Roma è imbarazzante, scrivono i giornali internazionali. L’Italia ha fatto del suo meglio per arginarlo, così come ha fatto con il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, premendo anche sul Vaticano affinché il Papa non incontrasse capi di stato controversi. Alla cena a Villa Madama questa sera i due dittatori non ci saranno, anche se di Iran si parlerà visto che Roma vorrebbe entrare nel tavolo del negoziato sul nucleare del 5+1 ma la Germania ripete che non è necessario. Nonostante le pressioni dell’Italia, con la scusa dell’extraterritorialità della Fao tutti sono invitati, anzi, come ha detto l’agenzia dell’Onu, i capi dei 191 paesi membri erano “dovuti”. Questo è il problema: il sistema Onu non ha, ma soprattutto non vuole avere, i mezzi giuridici e politici per emarginare le proprie pecore nere. O almeno per non fornire loro preziosi megafoni. L’unico che ha avuto il coraggio di dire la verità è il ministro degli Esteri australiano Stephen Smith, che rappresenta il proprio paese al vertice romano: “Mugabe è il responsabile della fame di cui soffre il suo popolo. Ha usato gli aiuti alimentari a fini politici. Il fatto che partecipi a una conferenza sulla sicurezza alimentare è francamente osceno”. C’è chi è ancora più sincero di Smith. Il 5 maggio il presidente Abdulaye Wade del Senegal ha dichiarato: “La Fao dovrebbe essere smantellata. Non serve a niente, anzi è proprio una delle responsabili per l’aumento dei prezzi dei cereali. E’ uno spreco di soldi, un doppione di altre agenzie dell’Onu più efficienti come l’International Fund for Agricultural Development. In passato pensavo che bastasse spostare la sede centrale da Roma all’Africa, vicino ai problemi reali della fame. Ma ora dico: aboliamola”.
“Aboliamo la Fao”
Queste parole provengono da un compatriota dell’attuale direttore generale della Fao, Jacques Diouf. “Attuale” si fa per dire, perché i capi della Fao hanno la spiacevole tendenza a rimanere incollati per periodi interminabili alla propria poltrona. Diouf è in carica dal 1994, e due anni fa è stato confermato per il terzo mandato di sei anni. Resterà fino al 2012. Batterà il record del suo predecessore, il libanese Edouard Saouma, che resistette dal 1976 al 1993. Questi mandati interminabili dicono tutto sull’efficienza del pachiderma burocratico della Fao. Otto mesi fa un Rapporto di valutazione, preparato da un gruppo di economisti internazionali guidati dal danese Leif Christoffersen, ha denunciato gli eterni difetti dell’Onu e delle sue agenzie: sprechi, sovrapposizione di interventi, mancanza di comunicazione e coordinamento tra le sedi, processi decisionali lenti e costosi. La ricetta: “Snellire la burocrazia, tagliare i dipendenti, decentrare”.
“Aboliamo la Fao”
Queste parole provengono da un compatriota dell’attuale direttore generale della Fao, Jacques Diouf. “Attuale” si fa per dire, perché i capi della Fao hanno la spiacevole tendenza a rimanere incollati per periodi interminabili alla propria poltrona. Diouf è in carica dal 1994, e due anni fa è stato confermato per il terzo mandato di sei anni. Resterà fino al 2012. Batterà il record del suo predecessore, il libanese Edouard Saouma, che resistette dal 1976 al 1993. Questi mandati interminabili dicono tutto sull’efficienza del pachiderma burocratico della Fao. Otto mesi fa un Rapporto di valutazione, preparato da un gruppo di economisti internazionali guidati dal danese Leif Christoffersen, ha denunciato gli eterni difetti dell’Onu e delle sue agenzie: sprechi, sovrapposizione di interventi, mancanza di comunicazione e coordinamento tra le sedi, processi decisionali lenti e costosi. La ricetta: “Snellire la burocrazia, tagliare i dipendenti, decentrare”.